HaIKU E BARTHES
Gli haiku sono componimenti poetici giapponesi di 17 sillabe -divulgati soprattutto nel periodo Edo (1603-1868) e poi ripresi anche più liberamente in Occidente- che descrivono, molto meglio di altre forme letterarie, il “vuoto pieno”, l’essenza delle cose così come sono.
Le parole di Roland Barthes ne “L’impero dei segni” raccontano molto bene il connubio tra queste poesie e il mondo zen.
“Lo zen, nella sua completezza intraprende battaglie contro ogni prevaricazione del senso. […] non si tratta d’arrestare il linguaggio su un silenzio carico, pieno, profondo, mistico, oppure su un vuoto dell’anima che si disporrebbe alla comunicazione divina (lo zen è senza Dio); ciò che viene enunciato non deve svilupparsi né nel discorso né nell’assenza del discorso; ciò che è enunciato è opaco e tutto ciò che si può fare è ripeterlo; è ciò che si raccomanda all’apprendista che elabora un koan (cioè un aneddoto proposto dal maestro): non di risolverlo, come se avesse un senso, e nemmeno di afferrare la sua assurdità (che sarebbe ancora un senso), ma di rimasticarlo, «sino a che casca il dente».
Tutto il pensiero zen, di cui lo haikuai non è che l’aspetto letterario, appare così come una immensa pratica votata a sospendere il linguaggio, a rompere questa sorta di radiofonia interiore che risuona continuamente in noi, sin dentro il nostro sonno (forse è proprio per questo che s’impedisce agli apprendisti di addormentarsi), una pratica votata insomma a svuotare, a sconcertare, a prosciugare il chiacchiericcio irrefrenabile dell’anima: e può darsi che ciò che, nello zen, si chiama il satori e che gli occidentali non possono tradurre che con termini vagamente cristiani (illuminazione, rivelazione, intuizione) non sia altro che una sospensione panica di linguaggio, il bianco che cancella in noi il regno dei Codici, la rottura di questa recita interiore che costituisce la nostra persona; ora, se questo stato di a-linguaggio è una liberazione, forse è proprio perché, per l’esperienza buddista, la proliferazione del pensiero alla seconda (il pensiero del pensiero) […] è ritenuto un vincolo; mentre invece, è l’abolizione del pensiero alla seconda che rompe l’infinito vizioso del linguaggio.
In tutte queste esperienze, così sembra, non si tratta di annientare il linguaggio sotto il silenzio mistico dell’’ineffabile, ma di misurarlo, d’arrestare la trottola verbale che coinvolge nel suo moto rotatorio il gioco ossessivo delle sostituzioni simboliche”.
HAIKU
Il tetto s’è bruciato –
ora
posso vedere la luna.
Misuta Masahide
°
II vecchio acquitrino:
Una rana vi salta dentro,
Oh! il rumore dell’acqua.
Matsuo Bashō
°
Scrivo, cancello, riscrivo,
Cancello di nuovo, e poi
Un papavero fiorisce.
Tachibana Hokushi
°
Tra le erbe
un fiore bianco sboccia.
Ignoto il suo nome.
Masaoka Shiki
°
Anche a Kyoto
Sentendo il grido del cuculo
Desidero Kyoto.
Matsuo Bashō
